
Mio padre credeva nell'importanza della tutela della fragilità umana all'interno della nostra società. Sosteneva che le persone che, per qualsivoglia motivo, si trovavano in stato di bisogno, avessero diritto ad essere accolte e sostenute senza essere costrette a chiedere un aiuto esplicito, come se l'essere fragile costituisse motivo di colpa o di vergogna.
Per lui la fragilità era parte integrante dell'essere umano e costituiva pertanto un valore fondamentale per una società che si ritenesse "civile".
La sua personale fragilità, né esibita né nascosta, gli aveva donato una profonda umanità e una capacità di accogliere l'altro senza giudicare, qualità che lo ha contraddistinto come medico e come persona durante tutta la sua esistenza.
I successi professionali e la stima dei colleghi e della gente non erano mai ricercati: il suo impegno e la sua caparbietà erano finalizzati solo al miglioramento delle condizioni di vita di coloro di cui si occupava e per i quali si sentiva responsabile.
Si era stupito della moltitudine di persone che erano venute a trovarlo durante il seppur breve periodo di malattia, soprattutto perché riconosceva che l'affetto e la stima dimostratagli erano autentici.
La sera in cui se n'è andato, intorno al suo letto c'erano, oltre alla sua famiglia, tutti gli amici e le persone che gli volevano bene: in tantissimi hanno voluto accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, tenendogli la mano come lui aveva fatto con loro.
Francesca
Caro papà, è da tanto che provo a scriverti questo messaggio. Ora che mi sembra di trovare le parole voglio innanzi tutto ringraziarti, per essere stato esempio e modello. Con la tua forza e dedizione nel lavoro, insieme con i tuoi modi calmi e leggeri di rispondere alla vita, hai guidato e costruito l'ideologia sociale in una ragazzina ancora inesperta del mondo reale.
In ritardo ho capito pienamente la fortuna che mi è capitata ad averti come padre. Oggi a 25 anni il tuo insegnamento è maturato in me nel forte senso deontologico che associo al mio lavoro: la responsabilità sociale dell'architetto per cui mi batto, nel mio piccolo, deriva di certo da radici profonde.
Con rammarico ricordo di non aver partecipato a quegli intensi dibattiti di politica, scienze sociali, responsabilità, ruoli e libertà dell'uomo a cui, a tavola, incoraggiavi i tuoi figli a partecipare. Ero troppo piccola papà, perdonami. Avrei voluto essere più ricettiva allora.
Oggi però, quando mi dedico con passione allo studio a tarda notte, ogni mattina leggendo un quotidiano davanti al caffè, ogni volta che propongo una discussione, ogni volta che mi infervoro e mi batto per ciò che credo, quando accetto la diversità nella persona di fronte a me o più semplicemente le mie fragilità, non posso che rivedere dei lati di te, che ricordo con occhi di bambina.
E così sorrido, sperando col tempo di essere in grado di far fruttare ciò che tu e la mamma avete così accuratamente seminato in me. In futuro spero di guardare il mio viso riflesso nello specchio e, con stupore, scoprire un segno del tempo, una ruga che assomigli alla tua.
Grazie per essere stato il rigore e la leggerezza.
Caterina
